Blade Runner 2049 e i suoi fratelli: l’inevitabile sconfitta contro i film originali – N-Files

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Negli ultimi giorni, complice l’uscita del sequel di Blade Runner (1982), approfondimenti e discussioni sul cinema hanno tirato in ballo nuovamente un’annosa questione. Essa intacca i numerosi reboot e le continuazioni di preesistenti saghe cinematografiche: era davvero necessario?

Eliminiamo subito il dubbio: sì. Pur non essendo dei produttori esecutivi, vi basta scorrere un qualsiasi ranking d’incassi cinematografici per arguire una scontata risposta: un franchise già conosciuto è un prodotto sicuro, che garantisce meno margini di rischio rispetto a un’idea nuova, potenzialmente più feconda. Il nostro volere di fan, che in certi casi preferirebbero non avere un nuovo film, conta ben poco rispetto alle strategie di produttori e autori (per approfondire,The People vs. George Lucas del 2011).

Beauty and the Beast (2017), Wonder Woman (2017), Spiderman: Homecoming (2017). Solo alcuni esempi dalla top ten del box office di come, economicamente, sia una buona scelta puntare su storie e personaggi che hanno già riscontrato il gradimento del pubblico. Buona scelta non vuol dire successo sicuro: il recente flop di Terminator Genisys (2015) insegna.

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Quando a un’idea vengono i capelli bianchi, lasciala in soffitta.

Mettendo da parte le differenze intercorrenti tra casi diversi (sequel, reboot, prequel, remake) e parlando in toto di adattamenti, va specificato che questa dinamica nel cinema non è per nulla nuova. Giusto per fare un esempio, il capolavoro di Akira Kurosawa, Seven Samurai (1954), fu oggetto di un adattamento sei anni dopo la sua uscita per mano di John Sturges (The Magnificent Seven, 1960). Lo stesso The Magnificent Seven lo avete potuto ritrovare nei cinema l’anno scorso, nel remake di Antoine Fuqua. The Thing (1982) di Carpenter e The Thing from Another World (1951) danno invece idea di come uno stesso soggetto (un racconto del 1938) possa partorire storie diverse.

magnifici 7

I magnifici 28

Questa tautologia artistica – in cui il cinema ritorna a se stesso – a cui abbiamo accennato, è solo la superficie della questione. Al netto delle relazioni dirette tra i film, la quasi totalità delle storie che vediamo è ovviamente il frutto delle idee degli autori, che a loro volta sono stati – anche e non solo – ispirati dal cinema con cui si sono formati. Quentin Tarantino è uno straordinario esempio di quanto un nerd cinematografico possa dare nuova vita e forma a idee già utilizzate in altre storie.

Non mi guardi così, sto solo citando!

Dopo questa premessa, torniamo alla questione iniziale. Come per Star Wars VII: The Force Awakens (2015), Jurassic World (2015), Ghostbusters (2016), e potremmo continuare… Blade Runner 2049 polarizza fortemente i giudizi. Ciò è dovuto anche al media internet, che incentiva questa scissione, con opinioni oscillanti tra valutazioni entusiaste e commenti estremamente negativi, soprattutto nella vox pupuli, ma in parte pure nella critica.
Tuttavia negli anni una convinzione ha serpeggiato, reiterandosi ogni volta all’uscita di uno di questi “ritorni” dopo molti anni di franchise leggendari o ormai addirittura mitologici. Un assunto che, per la maniera in cui viene ripetuto pedissequamente in tutti questi casi, fa balenare il sospetto che ci sia un pregiudizio di fondo. Più o meno recita sempre così: «era meglio non farlo», «non sarà mai all’altezza», «è più brutto dell’originale…».

Darth-Vader

I treni arrivavano in orario, quando c’era lui

Se l’assunto viene pronunciato da qualcuno della generazione del sottoscritto, il pensiero si dirige sempre a ragionare sull’età di prima visione del film in questione. Infatti, per un fan nato negli anni ottanta, riuscire a dare un giudizio razionale sulla trilogia originale di Star Wars o Back to the Future, visti le prime volte tra l’infanzia e la pre-adolescenza, risulta molto complicato. Oltre a condizionare irrimediabilmente le nostre inclinazioni cinematografiche successive, i film preferiti degli anni di formazione della propria identità portano un carico di ricordi ed emozioni che complicano una visione critica della pellicola. Tuttavia, la “mitizzazione” di un film, ossia quel processo che tramite valutazioni di pubblico e critica porta la pellicola a entrare, quasi sempre con merito, nella storia del cinema, aggiunge un’altra fetta di persone che a posteriori assumono una sorta di reverenza nei confronti di quella pellicola. Criticarla è concesso, ma avrai contro una schiera di detrattori pronti a difenderla solo per il fatto che è entrata nell’Olimpo. Per di più i film successivi dello stesso franchise devono mettere in conto lo svantaggio che il predecessore, se è entrato nell’Olimpo, lo deve frequentemente alla sua
unicità.
Quante storie di fantasmi esistevano prima di Ghostbusters? Miliardi. Quante storie di fantasmi esistevano messe in scena come Ghostbusters? Zero.
Avere il “papà con un cognome importante” crea quindi uno svantaggio basale a queste pellicole moderne. L’inevitabile sconfitta contro gli originali nasce e muore nel momento in cui si intenta il paragone. Non è una mera questione di qualità, ma di cosa è già storicizzato, quindi in qualche modo protetto, e cosa no.
Alcuni potrebbero ad esempio controbattere che hanno motivi validi per ritenere Blade Runner 2049 superiore al predecessore. Dato che nel cinema l’oggettività totale del giudizio non esiste, la querelle con i sostenitori dell’originale rimarrebbe, a livello logico, irrisolta. Uno dei pochi metri di paragone sarebbe quello di verificare se, tra trent’anni, qualcuno di questi eredi sarà entrato nella storia del cinema. Pur essendo un ottimo film, tecnicamente magistrale, e che conferma le capacità di Villeneuve e lo straordinario talento di Deakins, non credo che Blade Runner 2049 entrerà nella storia del cinema. Primariamente per il peccato originale a cui ho accennato prima: è figlio di un qualcosa che è già stato storicizzato. Uccidere i padri nel cinema è una faccenda estremamente complicata, e ai film degli ultimi vent’anni sembra riuscire in pochissimi casi (Mad Max: Fury Road è un buon candidato).
Inoltre, pur mostrando un’estetica propria e raggiungendo livelli tecnici altissimi (la scena del bacio di Gosling con l’IA alza l’asticella dell’esperienza visiva), non ha un linguaggio cinematografico così unico che gli permette di essere una “rottura” rispetto al cinema contemporaneo. Anzi, è un lavoro perfettamente in linea con il modo di fare cinema del suo bravissimo regista e che si inserisce senza scossoni nella fantascienza contemporanea al cinema.

Una volta determinata la parziale inutilità del paragone tra eredi e predecessori, rimane la riflessione sulla possibilità che uno dei successori entri nella storia del cinema a prescindere dal predecessore, affiancandosi a lui nell’Olimpo, senza spodestarlo o stare in una posizione inferiore. Una buona ipotesi è che questo succeda quando un film, come accennato, riesca a mostrare un linguaggio di “rottura”. Stabilita l’inconsistenza di un confronto con il predecessore, questa evoluzione del linguaggio deve lasciare un solco in relazione al linguaggio del cinema coevo a quello stesso film, per essere avvalorata. Quello che riuscì a fare Blade Runner nel 1982, Alien tre anni prima, Star Wars nel 1977… tutto il resto, è storia.

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