Detroit: Become Human – La Recensione

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DETROIT: BECOME HUMAN, IL FUTURO, ORA!

Le luci sfavillanti dei grattacieli e dei loro cartelloni olografici, che con orgoglio proiettano in bassorilievo la scritta CYBERLIFE. Macchine automatizzate pronte a scortarvi in ogni dove, tecnologia spinta ad un realistico top level e infine loro: gli androidi sintetici. Uguali a noi in tutto e per tutto se non fosse per l’impossibilità di provare empatia… o forse no? Una domanda che pone le basi sulla natura stessa del termine. Cos’è l’empatia? Un modo per rafforzare il legame che un androide è tenuto a dover costruire col proprio padrone umano o un errore di calcolo? Fino a dove può spingersi l’empatia di un essere sintetico? Dove smette di essere empatia e si traduce in sentimento? E alla fine… se l’androide arriva a provare anche solo la parvenza di un sentimento, allora perché chiamarlo androide?
Bene. Direi che un’idea ve la siete fatta. Cari lettori, benvenuti a Detroit.

La Quantic Dream torna alla ribalta e con lei anche il beneamato David Cage, che sta volta scrive e dirige un’avventura Sci-fi edificata comunque su di un profondo realismo. Con Detroit: Become Human è certa la sensazione di trovarsi di fronte a un titolo ben orchestrato, che trova la sua giusta corrispondenza su di una regia oltremodo curata. Il coinvolgimento del titolo infatti, sembra prevalere su di un aspetto tecnico che fa del movimento di macchina – non soltanto quello della levetta analogica ma anche i vari tagli registici affidati ai comandi dorsali – uno dei suoi punti cardine. Diventa quindi evidente come Cage, sta volta, si sia affidato a una direzione visiva assai preponderante dato che, perfino la fotografia del titolo ha la capacità di lasciare a bocca aperta il giocatore.

Lo stesso non può dirsi per la sceneggiatura, a tratti entusiasmante ma prevalentemente semplicistica e in alcuni punti affatto certosina, ma andiamo con calma. In Detroit: Become Human vestiremo i panni di tre differenti androidi: Connor, costruito come unità di supporto per le forze dell’ordine, Kara, realizzata a scopo domestico e Markus, androide alle prese con un vecchio artista non più in grado di badare a se stesso. Ognuno di questi POV (point of view) darà il via a tre diversi percorsi narrativi che proprio nella loro conclusione (o anche un po’ prima a seconda delle nostre scelte) si uniranno per dare vita a una serie di finali dal carattere emotivo certamente valido ma altresì dotati di un itinerario drammaturgico che nel 2018 sa già di vecchio.
La storia del gioco pesca a piene mani dai caratteri tipici di questo genere, andando a prelevare di sana pianta tematiche ormai stantie come la coscienza robotica, il significato della vita per un’intelligenza artificiale e l’esigenza della rivoluzione da parte di una minoranza. E il che andrebbe anche bene se non fosse che tutta la struttura narrativa comunque non osa, e rimane impelagata in quel tipo di evoluzione che abbiamo visto e rivisto. Per intenderci, se siete fan di Matrix o avete visto Blade Runner un paio di volte nella vostra vita, non aspettatevi una trama in grado di sorprendervi.
Un altro problema è sicuramente riscontrabile in quella che è la prima parte del gioco. Quei momenti in cui i nostri protagonisti devono ancora porsi delle domande o cominciano a farlo. Il difetto sta nella forse troppo ingenua banalità con cui queste prese di coscienza raggiungono la propria completezza. Vi ritroverete ad ascoltare frasi del tipo “Non permettere a nessuno di dirti cosa fare” oppure “Tu sei il padrone di te stesso” che conferiscono all’intero plot una leggerezza che esclude totalmente il sottotesto e ti spiattella in faccia ciò che vuole dirti senza dare la giusta importanza al dialogo – che in un gioco come questo è tutto – e alle probabili tempistiche della narrazione.
Giungendo al World Building, è necessario che io esponga le mie perplessità. Se da un lato trovo sensato costruire un background del mondo attraverso un setting molto semplice, intuitivo ed efficace, dall’altro permea l’insoddisfazione di non aver visto quel qualcosa in più che la Quantic Dream mi ha sempre con gioia regalato.

Nella costruzione del mondo di gioco tutto è comprensivo, tutto è semplice da capire e tutto arriva subito ma in maniera disarmante, che non lascia spazio alla curiosità e che finisce col procurare un filo d’amaro in bocca.
L’emotività del titolo poi, ben lungi da quella raggiunta col mitico Heavy Rain, soddisfa comunque il giusto. Il titolo vanta infatti di una componente abbastanza stimolante, utile anche al coinvolgimento in generale, e cioè che potenzialmente i tre personaggi possono davvero morire in ogni momento in cui sarà possibile giocarli. Paradossalmente, i momenti in cui io ho perso qualcuno di loro (vuoi per una scelta sbagliata, vuoi perché ero curioso) sono stati quelli che mi hanno emozionato di più, a dispetto di una storia che come già detto non spicca e piuttosto si mantiene ad una quota stazionaria.
I rapporti, che sono un altro dei punti cardine del gioco, non mancheranno comunque nel soddisfarvi ma occhio che anche qui, nel caso foste dei palati sopraffini in fatto di storie, non è che rimarrete propriamente sorpresi.

Il gameplay, che non è mai stato parte dell’essenziale, trova invece un ottimo riscontro in questo titolo conferendo a Detroit: Become Human una giocabilità divertente e appagante. Ricostruire scene del crimine in maniera accurata con un timing volto a metterci i bastoni fra le ruote, oppure i quick time event davvero veloci e talvolta difficili da affrontare. Vi divertirete per quanto concerne il gameplay, posso assicurarvelo.

Menzione d’onore alla motion capture, davvero mastodontica, e a un comparto sonoro pazzesco per il modo in cui è stato concepito. Ogni personaggio che giocherete avrà infatti una propria lunghissima lista di brani realizzata da un compositore apposito.

Tirando le somme… Detroit: Become Human si evolve nel gameplay e raggiunge di nuovo altissimi livelli di grafica e comparto tecnico, unendo il divertimento della giocabilità al piacere di una regia ben strutturata, ma non si sbilancia nella trama e finisce con l’impoverirsi un poco attraverso una sceneggiatura che può facilmente essere anticipata.

SCHEDA GIOCO

  • RILASCIATO: 25.05.2018
  • GENERE: Avventura Grafica
  • SVILUPPATORE: Quantic Dream
  • PUBLISHER: Sony Interactive Entertainment
  • PIATTAFORMA: Playstation 4
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Good

  • Gameplay evoluto
  • Comparto sonoro lodevole
  • Motion Capture eccelsa

Bad

  • Interazione fra i personaggi non proprio soddisfacente
  • Sceneggiatura abbastanza semplice
7

Buono

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